IMMAGINI LATENTI E PAROLE RISONATI

"Le opere della giovane artista Annamaria Panarace, si inseriscono con forza e originalità all'interno della pittura contemporanea. Con la sua pittura si va al cuore della fotografia, verso quelle immagini latenti che i negativi fotografici incarnano, e al cuore della parola, verso la sua voce silenziosa. Riproducendo le caratteristiche dei negativi fotografici, incorporando nelle opere parole suggestive, l'artista lancia una duplice sfida all'istante e al silenzio. Il risultato è una pittura singolare e umanissima, che trattiene l'istante e dà voce al silenzio"

Tommaso Ariemma
Filosofo e docente di Estetica presso l'Accademia di Belle Arti di Lecce


RECENSIONE DEL PROF. T.ARIEMMA

Immagini latenti e parole risonanti.
                      La voce silenziosa della pittura di Annamaria Panarace


Le opere della giovane artista Annamaria Panarace, formatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, si inseriscono con forza e originalità all’interno della pittura contemporanea. Una pratica artistica che, nonostante i progressi della tecnologia, non smette di essere il riferimento di tutte le arti, l’arte per eccellenza.
Un artista celebre come Damien Hirst, che ha lavorato con i supporti più diversi, dagli animali ai teschi, a proposito della pittura di Francis Bacon afferma: “C’è solo un tipo di arte ed è la pittura. Tutto il resto è un passo indietro e non fa altro che relazionarsi alla pittura”[1].
Una pratica artistica, quella della pittura, che non smette di vegliare sulle altre arti, come dimostrano bene le opere di Panarace.
Già al primo sguardo è possibile riconoscere la loro caratteristica principale: le tele riproducono pittoricamente le peculiarità dei negativi fotografici.
La fotografia – come le note e importanti pagine del saggio di W. Benjamin[2] hanno ben messo in evidenza –  ha cambiato la percezione dell’arte e ha inciso in modo radicale sulla trasformazione della pittura stessa. Ha permesso la diffusione delle sue opere, con conseguenze positive e negative.
Adesso è la pittura a riprodurre la fotografia, con una tenerezza senza precedenti.
Non è la prima volta che un pittore riproduce delle foto.
Negli anni Sessanta Gerhard Richter ha portato in pittura, con i suoi celebri Fotobilder, fotografie sfocate, non artistiche, che documentavano semplicemente un avvenimento.
Con la pittura di Annamaria Panarace ci troviamo dinanzi a un tentativo ancora più originale e importante. Si va, infatti, al cuore della fotografia, verso quelle immagini latenti che i negativi fotografici incarnano.
Fox Talbot, tra gli inventori del dispositivo fotografico, nella prima metà del XIX secolo si serviva del nitrato d’argento per produrre i suoi negativi, che gli permettevano di riprodurre diverse immagini “in positivo”, con l’ausilio di diversi prodotti chimici.

I negativi sono immagini latenti, immagini che sfidano l’istante, perché ne consentono la riproduzione. Non si tratta di semplici immagini, ma di immagini-matrici, immagini fatte per generare altre immagini. Rimandano la necessaria scomparsa a cui l’istante era destinato. Come giustamente ha scritto A. Malraux, l’arte è un antidestino.


L’attenzione verso il negativo fotografico, inoltre, colloca la ricerca artistica di Annamaria Panarace all’interno della riflessione artistica contemporanea sul medium, che è caratterizzata dall’attenzione soprattutto verso i media divenuti obsoleti[3].


Il negativo fotografico, con l’evoluzione della tecnologia digitale, è ormai diventato qualcosa di antiquato. La pittura di Annamaria Panarace va, dunque, al cuore della fotografia. Ma vi va anche con il cuore, con l’umanità della pittura.
La fotografia, con il suo dispositivo autonomo, aveva escluso l’uomo dalla produzione dell’immagine, ma adesso è proprio il pittore, con la sua arte umanissima e mai superata, a sostare presso qualcosa che la tecnologia digitale ha reso obsoleto: il negativo fotografico, l’origine della fotografia, il suo cuore naturale e silenzioso.
Questa assistenza dell’umano è sottolineata spesso dall’incorporazione, nel dipinto, della parola. Proprio dell’umano è di rendere mai compiuta la scomparsa.
L’uomo trattiene ciò che scompare, con il suo ricordo, con le sue parole. È evidente il paradosso, che ci porta a condividere i celebri versi del poeta Rilke: “sembra/ che tutte le cose di qui abbian bisogno di noi, queste effimere/ che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri”[4].
Incorporare le parole non ha, nelle opere di Panarace, nessun intento didascalico: come per la fotografia, anche qui si va al cuore della parola stessa. Più che significare qualcosa, la parola è qui voce silenziosa, quella voce che ciascuno ascolta dentro di sé appena guarda il dipinto: l’impossibilità del silenzio stesso.
Il rumore del silenzio è il suono della voce umana, che è parola e arte. 


Riproducendo le caratteristiche dei negativi fotografici, incorporando nelle opere parole suggestive, Annamaria Panarace lancia una duplice sfida: all'istante e al silenzio. Il risultato è una pittura singolare e umanissima, che trattiene l'istante e dà voce al silenzio.

UNA PITTRICE INVADE IL CAMPO DELLA MODA PER FARCI SOFFERMARE SU CIò CHE CI STA CONTRO, SU CIò CHE CI VIENE INCONTRO:IL NOSTRO ESSERE ALLA MODA COME IL NOSTRO ESSERE AL MONDO.
LA MODA è LA DIMENSIONE A NOI PIù VICINA, EPPURE NON LA RIUSCIAMO A POSSEDERE. ESSA, COME LA REALTà SFILA, SFILA VIA.




Tommaso Ariemma
Filosofo e docente di Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce
23.04.2011





[1] D. Hirst, G. Burn, Manuale per giovani artisti, Postmedia, Milano 2004, p. 67.
[2] Cfr. W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000.
[3] Su questo si veda R. Krauss, Reiventare il medium, a cura di E. Grazioli, Bruno Mondadori, Milano 2005.
[4] R. M. Rilke, Elegie duinesi, Einaudi, Torino 1978, p. 55.